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Agricoltura, tradizioni e consumo del territorio

Capannoni industriali a stretto contatto con serre e campi coltivati. Un triste caos urbanistico piuttosto comune sul nostro territorio. Una promiscuità tra industria e attività agricole davvero sconcertante, da cui emerge un paesaggio di inguardabile bruttezza.
Capannoni industriali a stretto contatto con serre e campi coltivati. Un triste caos urbanistico piuttosto comune sul nostro territorio. Una promiscuità tra industria e attività agricole davvero sconcertante, da cui emerge un paesaggio di inguardabile bruttezza.

Negli ultimi tempi nel campo dell’agroalimentare la parola più utilizzata pare che sia “tradizionale”. Si è capito che per contrastare il piattume informe di una produzione alimentazione omologata, globalizzata, senza identità e scientificamente codificata è necessario riscoprire modalità antiche di allevamento e coltivazione, che rispecchino le tradizioni dei popoli e rinsaldino il legame antico tra l’ uomo e la sua terra di origine. Un necessario localismo e particolarismo da cui provengono storia, valori e abitudini che si riflettono necessariamente in alimenti che nulla hanno a che fare con quelli del mondialismo alimentare.

Quindi non c’è tradizione, a nessun livello, senza terra, senza un luogo geografico cui riferirsi. La terra da ammansire, da coltivare, da plasmare rimane inevitabilmente al centro dell’azione tradizionale.

Tuttavia, parallelamente ad un meritorio recupero di antichi metodi agricoli, razze animali e specie vegetali autoctone che rischiavano l’estinzione, si assiste nel nostro Bel Paese ad una devastazione del territorio fertile di proporzioni catastrofiche, cui nessuno sembra porre freno. Dal 1990 al 2005 in Italia la superficie agricola utilizzata si è ridotta di 3 milioni e 663 ettari, cioè una superficie equivalente al Lazio e Abruzzo messi insieme. In 15 anni siamo riusciti a consumare il 17% del territorio nazionale un tempo libero da costruzioni. Si badi bene che la cementificazione ha colpito soprattutto la pianura, che in un Paese montuoso come il nostro è poco diffusa, ma rappresenta l’ambiente in assoluto più fertile e produttivo. Dal 1995 al 2006 i comuni italiani hanno rilasciato in media permessi per costruire 3,1 miliardi di metri cubi , il 40% per edilizia residenziale e il resto per le attività produttive.

Cosa rimarrà di veramente “tradizionale” se non siamo in grado di proteggere quei paesaggi agricoli, pastorali e forestali che sono stati conservati per secoli dai nostri predecessori ?

Francesco Perugini Billi