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Shinrin-Yoku, il “bagno di foresta”

forestIn Giappone gli effetti terapeutici della foresta sono noti da tempo, tanto che il Ministero dell’Agricoltura, Foreste e Pesca giapponese ha coniato il termine Shinrin-yoku, che letteralmente vuol dire “assumere l’atmosfera della foresta” o “fare il bagno di foresta”.

Nel Paese del Sol Levante su questo argomento sono stati condotti diversi studi. Uno di questi ha coinvolto 288 persone e interessato 24 foreste. I partecipanti sono stati suddivisi in gruppi di 12 e hanno passato una giornata nella foresta e la successiva in un ambiente cittadino. Ogni volta venivano monitorati alcuni parametri fisiologici: cortisolo salivario (ormone dello stress), ritmo cardiaco, pressione sanguigna, ecc. I risultati hanno dimostrato che l’esposizione alla foresta riduce le concentrazioni di cortisolo, il ritmo cardiaco, la pressione, promuove l’attività del Parasimpatico e riduce quella del Simpatico (coinvolto nel meccanismo dello stress). Quindi, la foresta ha un’azione salutare sull’uomo e la città moderna molto meno.

Veramente non credo che gli effetti del “bagno di foresta” siano unicamente dovuti alla bellezza, alla quiete e alla salubrità dell’ ambiente forestale. Sì, questi fattori sono innegabili, ma per quanto mi riguarda io credo che ci sia anche altro, qualcosa di non direttamente rilevabile dai sensi. Secondo la fisica quantistica tutta la realtà materiale non è che espressione di una realtà sottesa e invisibile, immateriale o, se vi piace il termine, spirituale. A livello di questo vuoto quantomeccanico o campo Akashico (secondo E. Laszlo) tutto e in relazione con tutto. La separazione è solo un’illusione che appare reale nel nostro mondo materiale. Concetti espressi anche negli antichi testi Vedici, già migliaia di anni fa. Io credo che negli ambienti naturali queste energie o forze di relazione siano particolarmente attive e più facili da captare per i nostri sensi più sottili. In un certo modo, in questi ambienti veniamo “risettati” da queste forze, che probabilmente fanno appello a forze simili che ci portiamo dentro dai primordi. Dopo tutto, prima del Neolitico, come cacciatori e raccoglitori abbiamo trascorso un lunghissimo soggiorno nel grembo della foresta, dove abbiamo vissuto una sorta di simbiosi mistica con il selvaggio mondo della Natura. Negli ambienti urbanizzati, cementificati, snaturati, inquinati e violentati dalle attività umane, certe energie, certe forze non ci sono più. Ecco perché alla fine, dopo aver distrutto l’ambiente naturale con strade e capannoni industriali, case e centri commerciali, sentiamo il bisogno di piantare alberi, creare giardini, parchi, cioè tutta una serie di sterili surrogati di quello che c’era prima e che adesso non c’è più.

Il rapporto sacro tra uomini e alberi è molto antico ed è comune a tutti i popoli del mondo, soprattutto tra quelli nelle cui terre c’erano dense foreste. In India, il culto degli alberi è vivo da tempo immemorabile. Nell’antichità offendere e danneggiare gli alberi costava la morte. Nel XVII secolo, nei pressi di Surat (Stato del Gujarat), ad un fico del Banian, considerato sacro, veniva attribuita un’età di circa 3000 anni. Nessuno osava tagliarlo o anche solo toccarlo con arnesi di acciaio, per paura di offendere l’entità che in esso abitava. Era meta di pellegrinaggio e al centro di cerimonie. Ancora oggi, molti villaggi indiani hanno il loro albero sacro. Il modo tradizionale di onorarlo è quello di presentargli ogni mattino un’offerta di latte, cibo e fiori.

Anche in Europa, prima che il cristianesimo giungesse dai deserti del Medio Oriente, i nativi onoravano alberi e boschi sacri. Quelli degli antichi Greci erano affollati di esseri spirituali, come le ninfe e le driadi. Dei popoli nordici si ricorda soprattutto il sacro Yggdrasil detto anche “frassino del mondo”, metafora vegetale dell’universo concepito come essere organico. I Romani, popolo religiosissimo, davano ai boschi sacri il nome latino di Lucus, abitati dal Genius loci o dedicate a divinità specifiche (es. Silvano, Feronia, Diana, Comolenda, Coinquenda, Adolenda). Ma anche i giardini e i boschi non sacri avevano i loro numi. I luci, i boschi sacri, devono considerarsi come primi templi a tutti gli effetti, tanto che i Romani vollero che, successivamente, a ciascun tempio fosse unito un lucus, a perenne memoria della primitiva sede delle religiose adunanze nei boschi sacri.

Uno dei più famosi alberi sacri italici è certamente il celebre noce di Benevento, che fu fatto sradicare dal vescovo Barbato, sotto il regno di Costante II, nel VII sec. d.C.

Attraverso la venerazione di alberi e dei boschi l’uomo antico rimarcava l’indissolubile legame con la Natura, il cui rispetto portava ordine e quindi anche benessere. Oggi, con la nostra mentalità che tutto pesa, misura e numera, per riscoprire, ma solo molto parzialmente, l’importanza dei luoghi naturali e selvaggi non ci rimane che affidarci ai soli studi scientifici.


Francesco Perugini Billi©


Bibliografia

Bum Jin Park et al – The physiological effects of Shinrin-yoku: evidence from field experiments in 24 forests across Japan Environ Health Prev Med (2010) 15:18–26.