Fitoterapia

Preparare le piante

Le piante medicinali raccolte o eventualmente acquistate possono essere impiegate in vario modo. Si prendono in considerazione principalmente i metodi più pratici e attuabili in casa.

Gli idroliti
L’idrolito è il metodo più immediato, semplice ed economico per utilizzare una pianta medicinale, sia fresca sia secca. Nell’idrolito il solvente che estrae i principi attivi è l’acqua. Se la pianta è sottoposta ad ebollizione si parla di decotto, se invece è solo immersa nell’acqua bollente si parla di infuso. Sono preparazioni “liquide” e “calde”, ottime nel caso si impieghino droghe diuretiche, diaforetiche, pettorali e antispastiche viscerali. Per la preparazione di un decotto è preferibile non usare pentolini di ferro o alluminio, ma ricorrere al coccio o al ferro smaltato. Per l’infusione, utilizzare le normali tazze, o quelle apposite, e le teiere in porcellana. Le droghe vanno sminuzzate e i semi frantumati in un mortaio, poco prima dell’infusione. In generale le parti più dure, come le radici, i rizomi e le cortecce necessitano di una decozione, mentre per i fiori e le foglie è meglio l’infusione. Le droghe che contengono oli essenziali vanno comunque preparate in infusione, indipendentemente se sono radici, bacche, semi o foglie. Nel caso di impiego della pianta fresca si devono triplicare le dosi rispetto alla droga secca. Se per l’estrazione con acqua non si impiega il calore, allora si parla di macerato a freddo.

Infuso: si prepara versando l’acqua bollente sulla droga, nei rapporti richiesti. Si copre e si lascia in infusione per 10-15 minuti. Poi, si filtra con un colino e si beve a piccoli sorsi, eventualmente dolcificando con miele o zucchero integrale. E’ meglio consumare subito gli infusi. Così facendo, si evitano inquinamenti e proliferazioni da parte di batteri. L’infuso appena fatto, inoltre, è più attivo, soprattutto se contiene oli essenziali.

Decotto: si prepara mettendo la droga in acqua fredda, nei rapporti richiesti. Si porta ad ebollizione e si continua la bollitura a fuoco lento per un tempo che normalmente varia da 2 a 30 minuti. Alla fine si spegne il fuoco, si copre e si lascia posare per qualche minuto prima di colare.

Macerato a freddo: si immerge la droga in acqua a temperatura ambiente, nei rapporti richiesti, e si lascia macerare per 6-8 ore. Il macerato a freddo è raccomandato soprattutto per quelle droghe ricche di mucillagini o i cui principi possono essere danneggiati dal calore. Per quanto riguarda le mucillagini, il calore potrebbe ridurre la loro viscosità e quindi l’efficacia della droga stessa. Questo metodo espone, più di ogni altro, al pericolo di assunzione di microrganismi veicolati da droghe non perfettamente preparate o conservate.

Le tinture idroalcoliche
Per le tinture idroalcoliche si utilizza come solvente una miscela di alcol e acqua, che, a seconda della droga, può variare in gradazione. Esistono diversi modi per preparare una tintura “fai da te”, tutti piuttosto semplici. In genere per ogni 100 ml di alcol si impiegano 20 g di droga secca.
Per ottenere il grado alcolico desiderato, si miscela, nelle giuste proporzioni, l’alcol etilico puro con l’acqua (Tab. 1). Nel caso di piante che perdono il loro effetto se essiccate, si possono usare le piante fresche. E’ opportuno allora raddoppiare pressappoco la dose di pianta richiesta, perché bisogna tenere conto che la pianta fresca è molto più ricca di acqua. Le tinture ottenute vanno conservate in flaconi di vetro scuro e devono essere consumate entro i 2-3 anni.

 

 Alcol a  alcol 95° ml acqua ml
 90°  93  7
 85°  88  12
 80°  83  17
 75°  77  23
 70°  72  28
 65°  67  33
 60°  61  39
 55°  56  44
 50°  51  49
 45°  46  54
 40°  41  59
 35°  36  64
 30°  31  69
 25°  26  74
 20°  21  79

Tab.1 Tabella per preparare la
soluzione di alcol etilico a
gradazione inferiore  a 95°.

Primo metodo: mettere in un recipiente di acciaio o di vetro, 20 g di droga contusa o polverizzata, insieme a 50 ml di alcol della gradazione richiesta. Chiudere bene e lasciare macerare per 5 giorni, agitando due o tre volte al giorno. Dopo, si filtra bene e la poltiglia residua si pone a macero ancora per cinque giorni con altri 50 ml di alcol della stessa gradazione del precedente. Alla fine, si filtra di nuovo e si unisce questo liquido con quello della prima macerazione. Si lascia posare per 24 ore e poi si filtra per l’ultima volta e si spreme bene il residuo con un panno pulito. Secondo le droghe utilizzate e soprattutto nel caso di piante fresche, durante la macerazione può essere necessario aggiungere dell’altro alcol.
Secondo metodo: mettere in un recipiente di acciaio o di vetro 20 g di droga contusa o polverizzata insieme a 100 mi di alcol della gradazione richiesta. Chiudere bene e lasciare macerare per 7-10 giorni, agitando per tre volte ogni giorno. Alla fine, filtrare e spremere bene il residuo con un panno pulito.

I vini medicinali
Detti anche tinture vinose o enoliti, i vini medicinali erano un tempo molto apprezzati e si conoscevano numerose formulazioni per ogni tipo di male. Attualmente questo modo di preparare le droghe non è più impiegato, se non a livello casalingo. Un vero peccato, perché nel vino sono stati trovati diversi elementi che a loro volta sono terapeutici e che possono agire in sinergia con i principi attivi della droga.
In generale si utilizzano droghe secche, perché l’acqua contenuta nelle piante fresche abbassa il grado alcolico del vino, che è già basso, compromettendo così la conservazione della soluzione finale. Il rapporto è di norma di 50 g di droga per un litro di vino, che dovrebbe avere almeno 15° alcolici. La droga sminuzzata viene posta a macero nel vino per 10-15 giorni, agitando il contenitore per almeno tre volte al giorno. In fine si cola ricavando il primo liquido. La poltiglia residua si strizza moderatamente, per non fare uscire le mucillagini che intorbidirebbero il vino medicinale, e il liquido che si ricava si mescola con quello precedente. La soluzione finale si lascia riposare 24-48 ore, poi si filtra e si rabbocca con lo stesso vino che si è usato per l’estrazione e si ristabilisce il volume di un litro. Il vino medicinale si conserva in bottiglie di vetro scuro ben sigillate, al riparo dalla luce e in un luogo fresco. La conservabilità varia secondo il tipo di vino impiegato. I vini medicinali prodotti con vini meridionali e insulari, avendo un grado alcolico e una quantità di zucchero maggiori, sono quelli che si conservano meglio.
Secondo i principi attivi presenti nelle droghe, si impiegano vini diversi:
vino rosso: è indicato per l’estrazione di sostanze tanniche e astringenti. Il tannino già presente nel vino rosso potenzierà l’effetto della droga.
vino bianco: va bene per le droghe diuretiche e per l’estrazione di quelle sostanze (alcaloidi, proteine, enzimi) che reagiscono col tannino del vino rosso. In genere, il vino bianco è di basso grado alcolico e andrebbe quindi corretto con alcol etilico fino a 15°.
vino liquoroso e dolce: hanno di solito un grado alcolico superiore a 15°. Si impiegano per le droghe che contengono resine, oli essenziali e altre sostanze alterabili. Va bene anche per estrarre droghe toniche e stomachiche. I vini dolci sono anche utili nelle preparazioni di droghe dal gusto poco gradevole.

Gli acetoliti
Anche questo è un metodo estrattivo molto antico e oggi pressoché abbandonato. Come solvente si impiega l’aceto, che deve essere bianco, di buona qualità e avere il 5-6% di acido acetico. La droga deve essere secca, perché la pianta fresca contiene molta acqua che abbassa la percentuale di acido acetico e compromette la conservabilità dei prodotto finale. Per ogni litro di aceto si impiegano 100 g di droga. La macerazione dura 10-15 giorni, agitando il contenitore per almeno tre volte al giorno. Alla fine si cola, senza spremere troppo il residuo. Si lascia riposare per 24-48 ore e poi si abbocca con altro aceto fino al volume di un litro. L’acetolito si conserva per tre anni dalla data di produzione.

Gli oleoliti
Sono estratti che si ottengono mettendo a macero la droga in un veicolo oleoso. A questo scopo il più utilizzato è l’olio d’oliva. Per ogni litro di olio si impiegano 150-200 g di droga. La droga e l’olio si mettono in un contenitore di vetro scuro che poi si espone al sole per un periodo che in media è di 20-30 giorni. Alla fine, si filtra molto bene. Se si utilizzano piante fresche, si procede inizialmente allo stesso modo fino alla filtrazione. A questo punto, per il maggior contenuto di acqua della pianta fresca, si può notare una fase acquosa sul fondo. Si procede all’evaporazione dell’acqua tramite lento riscaldamento a bagno maria. L’acqua riduce la conservabilità  dell’oleolito, perché tende a formare muffe o proliferazioni batteriche. In ogni caso, per evitare l’irrancidimento dell’olio si può aggiungere della vitamina E che è un antiossidante naturale. L’oleolito si versa in flaconi più piccoli di vetro scuro. Di solito si conserva per circa un anno.

Gli sciroppi
La preparazione degli sciroppi medicinali era già conosciuta dagli antichi medici arabi. In Europa sono stati introdotti durante l’Alto Medioevo. La parola sciroppo deriva, infatti, dall’arabo scharab o scherbet, che significa “bevanda zuccherina”.
Gli sciroppi sono composizioni viscose che contengono circa il 50-65% di zucchero, che è essenziale per la conservazione del preparato stesso. I microrganismi non proliferano in ambienti saturati dallo zucchero, che se molto concentrato priva i microbi dell’acqua necessaria al loro sviluppo. Per la preparazione di sciroppi medicinali, di norma si scioglie estemporaneamente lo zucchero in un infuso, in un decotto o in un succo fresco. Di solito lo zucchero si stempera scaldando lentamente la soluzione.

Le creme
Le creme sono utilizzate per affrontare ogni tipo di problematiche cutanee, sia patologiche sia estetiche. Possono essere prodotte in vario modo. Uno dei metodi più semplici è il seguente: preparare un decotto o un infuso con una tazza di droga e quattro di acqua. Dopo aver filtrato le erbe, bollire a fuoco basso il liquido filtrato e aggiungere 140 g di olio di sesamo o di oliva. Continuare a bollire e a mescolare fino a quando tutta l’acqua non è evaporata, poi spegnere. Infine, aggiungere circa 57 g di cera d’api e mescolare con energia. Sarebbe preferibile che la cera avesse la stessa temperatura dell’olio, per essere meglio incorporata. Dopo che la miscela si è leggermente raffreddata, aggiungere due cucchiaini di vitamina E, come conservante. Versare in contenitori adatti e lasciare raffreddare completamente. Le creme così prodotte hanno una durata di circa un anno.

I succhi
I succhi sono un modo migliore per sfruttare al massimo le proprietà curative di molte piante medicinali. Sono ricchi di vitamine, di enzimi, di sali minerali e di principi attivi. In questo modo, si sfrutta veramente il totum della pianta. A livello casalingo, si può utilizzare semplicemente una normale centrifuga. Una volta ottenuto il liquido di spremitura, si lascia riposare per un poco e poi si filtra. I succhi possono essere assunti per bocca o anche impiegati per uso esterno. Hanno il solo difetto che non possono essere conservati a lungo e devono essere consumati entro le 24 ore. Per farli durare di più, si può preparare una tintura madre per estrazione. Il succo appena centrifugato si miscela con un’eguale misura di alcol etilico a 90°. Si lascia decantare per 24 ore e poi si filtra.

Gli impacchi
Con gli impacchi, o compresse, si applica il liquido dell’infuso o del decotto sulla pelle per facilitare la guarigione di un’affezione cutanea o per influenzare tessuti più interni (articolazioni, visceri, organi). Allo scopo si utilizza un panno di lino o una garza imbevuti di soluzione. Gli impacchi possono essere caldi o freddi. Gli impacchi freddi a più strati e ben strizzati sono indicati negli ematomi, nelle contusioni e nei traumatismi in generale. Hanno lo scopo di ridurre l’infiammazione e la formazione dell’edema. Si sostituiscono non appena sono asciutti e sono tiepidi. Gli impacchi caldi hanno un’azione antispastica e sono indicati nel caso di dolori addominali, nelle coliche gastriche, renali ed epatiche. Vanno bene nei reumatismi e nelle contratture muscolari, nelle tossi stizzose e nelle infiammazioni della pelle come foruncoli e ascessi di cui favoriscono la maturazione e l’evacuazione del pus. Per mantenere più a lungo il calore dell’impacco, stendervi sopra un panno di lana e una borsa d’acqua calda. L’impacco va rinnovato non appena si raffredda.

I cataplasmi
Rispetto all’impacco in cui si usa il liquido di un infuso o di un decotto, nel cataplasma è la poltiglia ad essere impiegata. Nel caso di foglie di grandi dimensioni, si possono semplicemente passare solo al vapore. Il materiale vegetale va posto sopra una garza sottile e applicato localmente. Può essere freddo o caldo e ha le stesse indicazioni dell’impacco. Il cataplasma è costituito anche da una poltiglia di erbe fresche crude. Nel caso di traumi aperti che potrebbero infettarsi, immergere per qualche minuto le erbe integre in acqua e disinfettante idoneo e poi ridurle in poltiglia.